Perché siamo critici nei confronti della psicologia mainstream? E perché auspichiamo una psicologia olistica integrativa?
Perché siamo critici nei confronti della psicologia mainstream?
I motivi di dissenso sono molti, ma in questo articolo ci limiteremo al principale, cioè la visione “sub-umana” dell’essere umano: da un lato abbiamo infatti la psicoanalisi e i modelli psicodinamici da essa derivati, che lo considerano alla stregua di un animale mosso da istinti da incanalare e sublimare; dall’altro lato troviamo le psicologie di impostazione comportamentista e cognitivista che lo vedono come una macchina/computer interamente programmabile dall’ambiente sociale e dall’educazione. Noi invece propendiamo per una visione umanistica dell’essere umano che ne riconosca le capacità mentali, affettivo/emozionali, relazionali, coscienziali e spirituali, capacità nettamente superiori a quelle degli animali e dei computer e soprattutto qualitativamente diverse, cioè non spiegabili né comprensibili prendendo spunto da queste ultime. Riteniamo inoltre che ciascun individuo porti in sé come dote di nascita uno specifico corredo di motivazioni, tratti caratteriali e capacità potenziali che lo distingue non solo dagli animali e dalle macchine ma anche dagli altri individui della sua stessa specie, rendendo ogni individuo unico, almeno per certi aspetti. A questo riguardo ci troviamo in accordo anche con le psicologie orientali, che riconoscono la presenza del suddetto corredo di potenzialità, indicandolo con nomi diversi (Essenza, Atman, Jing etc.) e che ritengono di fondamentale importanza che l’individuo ne prenda coscienza e lo manifesti, al punto che tutti i modelli e gli strumenti di tali psicologie sono finalizzati a questo obbiettivo.
Non neghiamo che alcuni processi neurologici, mentali e comportamentali degli umani presentino qualche similitudine con quelli degli animali o dei computer, ma ciò vale solo per i processi di livello inferiore, certo non per quelli più importanti e distintivi. La teoria del cervello trino di P. Maclean chiarisce bene questo punto, come abbiamo illustrato in varie nostre pubbicazioni.
È ovvio che se si utilizzano modelli psicologici che vedono solo i livelli inferiori della psiche umana, lì si concentrerà la loro opera di ricerca e di intervento, derivandone distorsioni sul piano scientifico, manipolazioni sul piano educativo e politico/mediatico e fallimenti su quello terapeutico.
Perché riteniamo che la psicologia del futuro dovrebbe essere sia olistica che integrativa?
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, i primi psicologi dovettero affrontare un dilemma di non poco conto: costruire una psicologia materialistica in linea col paradigma scientifico dominante o elaborare una psicologia fedele al suo nome ma con poche o nessuna possibilità di essere riconosciuta come scienza! Freud e i suoi allievi scelsero una via di mezzo, che in parte preservò (ma in parte tradì) l’anima della psicologia. Watson invece, col comportamentismo, si conformò interamente al paradigma materialistico, costruendo una psicologia che escludeva del tutto la psiche ma che – proprio per questo – riuscì con più facilità a essere riconosciuta dalla comunità scientifica e a entrare nelle università.
Negli anni ‘50 del Novecento questo duopolio psicoanalisi-comportamentismo fu sfidato da una terza corrente psicologica, la psicologia umanistica, che proponeva appunto: 1) di riconoscere non solo gli istinti primordiali (quelli evidenziati dalla psicoanalisi) ma anche le motivazioni superiori degli esseri umani, quelle cioè che li distinguono dagli animali: motivazioni affettive, intellettuali e coscienziali/spirituali; 2) di considerare, oltre ai processi di apprendimento semplice evidenziati dal comportamentismo, anche processi di funzionamento e apprendimento posti a livelli superiori, tipici degli esseri umani e non presenti negli animali.
Fin dall’inizio i fondatori della psicologia umanistica definirono “olistici” i loro modelli teorici e certamente lo erano. Non erano però integrativi, nel senso che proponevano una psicologia del tutto nuova e quindi poco interessata a cercare punti di contatto con quelle già esistenti – psicoanalisi e comportamentismo – e neppure con quelle che stavano emergendo in quegli stessi anni: psicologia sistemico relazionale, terapia cognitiva, analisi transazionale. Vi fu qualche isolato tentativo di integrazione tra la prospettiva psicodinamica e quella umanistica ad opera di A. Lowen, di F. Perls e di J. Pierrakos ma rimasero casi isolati. Lo scarso interesse della psicologia umanistica per l’approccio integrativo è pienamente comprensibile se consideriamo il clima di allora e lo sforzo che essa dovette fare per ritagliarsi un suo spazio. Solo con la psicologia positiva (che molti considerano una rivisitazione aggiornata della psicologia umanistica) tale interesse è aumentato, diminuendo però quello per l’approccio olistico. Noi riteniamo invece che non possa esserci l’uno senza l’altro, cioè che non si possa pervenire a una psicologia davvero integrativa senza adottare una cornice olistica. Spiegheremo meglio questo punto in un prossimo articolo.
Autori: Enrico Cheli e Cristina Cheli, psicologi, docenti universitari e istruttori di crescita personale e relazionale, già docenti di Holistic Psychology presso The Graduate Institute (USA), una delle pochissime università al mondo con esplicito orientamento olistico. Autori di vari libri tra cui “Olismo la nuova scienza” (Enea edizioni) e “I surrogati dell’amore” (Anima edizioni).
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