VERSO UNA PSICOLOGIA OLISTICA INTEGRATIVA RELAZIONALE

Di Enrico Cheli e Cristina Antoniazzi Cheli

L’utilità di un approccio integrativo

L’esigenza di una psicologia integrativa nasce dal riconoscimento di alcuni studiosi e professionisti che nessun modello teorico attualmente esistente è in grado di spiegare l’intero spettro dei processi e fenomeni psicologici e che nessun approccio terapeutico è efficace su tutte le problematiche e su tutti i tipi di clienti/pazienti. Una parte di questi studiosi ha cercato di risolvere il problema cercando di delineare ulteriori modelli teorici che prevalessero su tutti gli altri, mentre un’altro gruppo di studiosi e professionisti ha compreso che la strada da percorrere era l’integrazione dei modelli già esistenti, ognuno dei quali, pur se incompleto, contiene contributi di indubbio rilievo. Noi abbiamo scelto questa seconda strada fin dall’inizio della nostra carriera, ottenendo nel tempo risultati sempre più lusinghieri come avrete modo di comprendere proseguendo nella lettura.

Data la nostra scelta era logico che ci dovessimo concentrare sul trovare i collegamenti tra i contributi dei diversi modelli e metodi psicologici. La metafora della costruzione di un  puzzle è quella che descrive in modo più comprensibile ciò che abbiamo iniziato a fare vari decenni or sono: più tasselli si collegavano più l’immagine sembrava prendere forma. Ben presto però fu chiaro che l’integrazione in psicologia presentava alcune difficoltà in più rispetto a un normale puzzle.

La difficoltà di collegare e integrare modelli teorici diversi

1) Nel ricomporre un puzzle possiamo basarci sull’immagine originale riportata sul coperchio della scatola, ma in psicologia non abbiamo al momento niente del genere, cioè nessuna teoria sufficientemente ampia e generale sulla struttura della psiche e sul funzionamento psicologico dell’essere umano. Per di più la maggior parte dei modelli psicologici esistenti non si riferiscono all’essere umano sano – quello cui dovrebbe idealmente tendere la ricomposizione del puzzle – ma a individui affetti da disturbi, patologie e disfunzioni di vario genere. Del resto la psicologia è una scienza giovane e solo da alcuni decenni (grazie prima alla psicologia umanistica e poi alla psicologia positiva) ha cominciato a rivolgersi anche alle persone “normali” (nel senso di non affette da particolari patologie) con l’intento di aiutarle a affrontare momenti difficili della loro vita, a gestire problemi di relazione o a individuare e sviluppare il proprio potenziale (empowerment e crescita personale). Solo a questo punto gli psicologi hanno iniziato a mettere in dubbio la prassi di utilizzare modelli esclusivamente focalizzati sulle patologie e a impegnarsi nella ricerca di modelli focalizzati sulla “normalità” (e anche sulla sovra-normalità, di particolare interesse per gli psicologi transpersonali).

2) I tasselli non sono facilmente collegabili in quanto le diverse correnti della psicologia hanno visioni molto diverse e antitetiche dell’essere umano e del suo funzionamento psicologico e quindi era come se cercassimo di comporre un unico puzzle con tasselli presi da scatole di puzzle raffiguranti immagini diverse. Non è affatto un caso che l’esempio più noto e diffuso di psicologia integrativa sia quello della terapia cognitivo-comportamentale, che collega due modelli basati su assunti molto simili e su una analoga visione dell’essere umano. Né è un caso che la maggior parte dei meta-modelli di psicologia integrativa si riferiscano a teorie appartenenti ad uno stesso filone, cioè varianti di uno stesso modello, come ad es. nella AT integrativa e nella psicoanalisi relazionale.[1]

3) Come evidenziato da P. Duhem (1906) e W. Quine (1951), una teoria scientifica non è formata soltanto dalle tesi finali (i tasselli da collegare) ma anche da una serie di premesse e assunti impliciti ed espliciti da cui non si può prescindere, poiché è da essi che discende il senso dei singoli tasselli. Ne consegue che modelli teorici basati su premesse e assunti divergenti o antagonistici non sono compatibili e integrabili tra loro né lo sono i singoli tasselli (proposizioni, concetti, tesi) che li compongono.[2] Ad esempio, non è corretto estrapolare alcuni concetti e tesi del modello teorico psicoanalitico e collegarle ad altri estrapolati dal modello teorico comportamentista poiché i modelli di provenienza si basano su assunti troppo diversi e inconciliabili: quello psicoanalitico assume che i processi psicologici e i comportamenti siano ampiamente predeterminati in quanto l’essere umano sarebbe, come gli animali, mosso da istinti che, in quanto innati, non sono modificabili ma al massimo incanalabili e sublimabili, mentre il modello comportamentista poggia sull’assunto che l’essere umano sia una sorta di tabula rasa o vaso vuoto e quindi ampiamente determinabile (plasmabile) dall’ambiente sociale e dall’educazione. Dato che ognuno di questi assunti di fondo esclude l’altro, è di fatto impossibile estrapolare e integrare i contributi di queste due diverse correnti psicologiche. È parimenti impossibile integrare i contributi di ognuna di queste due correnti psicologiche con quelli della psicologia umanistica poiché l’assunto di fondo di quest’ultima è che l’essere umano autodetermina il proprio comportamento in funzione dei suoi bisogni e motivazioni, riferendosi non solo a quelli che ha in comune con gli animali (sopravvivenza, sicurezza e appartenenza) ma anche a bisogni e motivazioni di livello più elevato tipiche dei soli umani, quali amore, stima, etica, estetica e autorealizzazione. Come è dunque possibile collegare tra loro i contributi della psicologia umanistica, della psicologia comportamentista e di quella psicodinamica, se gli assunti su cui poggiano sono così diversi al punto che non sembrano nemmeno riferirsi a individui della stessa specie?

4) Un ulteriore rilevante ostacolo all’integrazione in psicologia risiede nella mancanza di disponibilità alla comunicazione, al confronto e alla collaborazione che caratterizzava i vari capi scuola – Freud, Watson, Skinner, Neisser, Miller etc. – e che purtroppo caratterizza anche i loro successori. È ben noto ad esempio quanto Freud fosse restio ad accogliere critiche alle proprie posizioni, anche se presentate con intento costruttivo, e come si ponesse in modo autoritario e patriarcale rispetto ai suoi allievi; ed è altrettanto noto il tentativo di alcuni di loro di sostituire agli assunti del maestro i propri, senza alcun reale sforzo di conciliarli e integrarli. Non trascurabile inoltre il prevalere di posizioni ortodosse all’interno delle varie società scientifico-professionali costituitesi attorno alle diverse correnti della psicologia. Come osservano Norcross e Goldfried “Nell’infanzia di questo campo, metodi diversi erano tra loro in competizione come fratelli in lotta per l’attenzione e l’affetto all’interno di un ambiente in cui “dogma mangia dogma” (Larson, 1980). (…) Antipatia reciproca e scambio di insulti puerili tra seguaci di orientamenti rivali erano spesso all’ordine del giorno.”[3]

Rivalità e competizione erano indubbiamente dovute all’ambizione e alla personalità dominante dei vari capi scuola, ma dipendevano anche dallo stadio molto immaturo in cui si trovava la psicologia, che induceva ognuno di quei pionieri a sopravvalutare le proprie scoperte e teorie e a credere che avessero validità universale, adottando di conseguenza una logica di tipo aut aut: o ha ragione la teoria A o ha ragione la teoria B, non è possibile che abbiamo ragione entrambi.

E se invece avessero tutti ragione?

Man mano che studiavamo e applicavamo teorie e metodologie di correnti e autori diversi ci rendevamo conto che ognuna di esse aveva un suo senso e che almeno una parte dei suoi contributi risultavano esplicativi e utili. Al contempo però ci rendevamo anche conto che la validità di ciascun tassello era lontana da quell’ideale di generalità e universalità che il suo autore declamava e sembrava semmai circoscritta a specifici processi, livelli, contesti. Infine – e questa fu la realizzazione più sconfortante e disorientante – i diversi tasselli si presentavano ai nostri occhi sparpagliati e senza alcun ordine, poiché, come abbiamo detto più sopra, non esisteva (né esiste) alcuna “mappa” generale della psiche umana e per di più ciascun autore aveva realizzato il proprio modello in assoluto isolamento dagli altri studiosi o in antagonismo ad essi, non curandosi quindi di capire quale fosse la “posizione” di tale modello rispetto agli altri. La domanda che sorse in noi fu dunque: se tutto ha un ordine nella natura, come è possibile che la psiche umana faccia eccezione?

È a partire da questa considerazione che iniziammo a mettere in discussione in modo più radicale la nostra prospettiva e a prendere in considerazione aspetti non contemplati dal paradigma scientifico ufficiale con il quale eravamo stati formati. Per collegare e integrare le diverse teorie occorreva infatti capire in quale ordine andavano disposte, e ciò richiedeva un paradigma che riconoscesse l’esistenza di più livelli interdipendenti nella psiche e che fosse quindi in grado di collocare ogni tassello al livello giusto. Tale paradigma non poteva essere quello dominante in psicologia (e anche nelle altre scienze) in quanto la sua impostazione meccanicistica e riduzionistica non prevede (e anzi esclude) una distinzione in livelli, come pure esclude ogni forma di interdipendenza che non sia meramente meccanica. Tali aspetti sono invece basilari nel paradigma olistico sistemico emergente, delineato inizialmente nel campo della biologia e ripreso poi anche da alcune correnti della psicologia (umanistica, transpersonale, psicosomatica PNEI) ma riscontrabile anche in antiche filosofie, psicologie e medicine orientali, come abbiamo ampiamente mostrato nel libro Olismo la nuova scienza (Enea edizioni, 2020). Capimmo insomma che per effettuare una integrazione più completa e soddisfacente occorreva collocare i vari modelli teorici della psicologia in un paradigma scientifico diverso da quello meccanicistico riduzionistico ufficiale e che tale nuovo paradigma era quello olistico sistemico.

Perché è necessario un approccio olistico sistemico per delineare una psicologia realmente integrativa

Partendo dalla intuizione che ogni modello teorico si riferisca non all’intera psiche ma a un suo particolare livello, sottosistema o sovrasistema, e motivati dalle nuove stimolanti prospettive che tale ipotesi dischiudeva, iniziammo a considerare i diversi modelli teorici come se fossero tasselli di un unico puzzle. Dovemmo però abbandonare la figura metaforica del puzzle tradizionale e sostituirla con quella del puzzle tridimensionale (o più precisamente multidimensionale), in quanto più adatta a rappresentare la molteplicità di dimensioni, livelli e sovra- sottosistemi contemplata dal paradigma olistico sistemico.

Con un lavoro certosino cercammo pian piano di inquadrare i contributi delle diverse teorie psicologiche in riferimento ai concetti di multidimensionalità, embedding, sequenzialità, proprietà emergente e gerarchia, così da individuare a quale livello/sottosistema ciascuno di essi si riferiva – cioè che posto occupava all’interno del puzzle multidimensionale. Man mano che procedevamo nel lavoro appariva sempre più evidente che ogni, teoria o concetto considerato era appropriato soltanto per uno specifico livello o sovra- sottosistema del puzzle mentre la sua capacità esplicativa risultava limitata o errata se riferita ad altri livelli o sovra- sottosistemi. Insomma ogni dimensione della psiche sembrava avere un suo specifico funzionamento e seguire delle proprie leggi, a volte anche molto diverse rispetto a quelle di altre dimensioni/livelli

Per fare un esempio, il sistema cognitivo funziona in modo diverso da quello emozionale e i due sistemi, messi di fronte ad uno stesso problema, lo analizzano in modo diverso giungendo a risposte che possono essere anche opposte. Entrambi questi sistemi sono compresenti nell’essere umano e concorrono a loro modo alla valutazione della realtà, ma le diverse teorie psicologiche privilegiano l’uno o l’altro subordinando o escludendo il restante; pertanto anche l’intervento terapeutico si focalizza sul sistema ritenuto più utile/importante. Nella prospettiva olistico sistemica da noi adottata i due suddetti sistemi – cognitivo e emozionale – sono invece entrambi utili e quindi hanno uguale importanza nel corretto funzionamento psicologico dell’essere umano. Ne consegue che un eventuale intervento terapeutico, educativo o di crescita personale dovrà essere rivolto ad aiutare il soggetto a fare una sintesi tra ragione e emozione e a trovare soluzioni che prendano in considerazione entrambi i punti di vista.

Trovammo molto utile a questo riguardo la teoria del cervello trino di P. Maclean (1973) che ci fornì la griglia per una prima suddivisione in livelli dei diversi modelli teorici. Ad esempio i modelli psicodinamici si riferiscono in larga misura a bisogni e pulsioni tipici del cervello rettile mentre i modelli comportamentisti e cognitivisti si riferiscono a contenuti e processi mentali di pertinenza del cervello mammifero/limbico e i modelli umanistici riguardano sia bisogni e processi affettivi situati al 3° livello della piramide di Maslow (cervello mammifero/limbico) sia bisogni e processi situati ai livelli superiori della piramide di Maslow (cervello neocorticale di Maclean).

La tesi che ogni dimensione della psiche abbia un suo specifico funzionamento e segua leggi proprie e diverse da quelle di altre dimensioni/livelli ha profonde implicazioni sia sul piano esplicativo sia su quello applicativo: 1) per interpretare un processo o fenomeno situato ad un dato livello occorre una teoria relativa a quello stesso livello (utilizzarne una relativa a un livello diverso è privo di senso e fuorviante); 2) anche i principi e le tecniche per intervenire su un dato processo o fenomeno devono essere coerenti con il livello su cui esso è situato; 3) qualsivoglia intervento terapeutico, educativo o trasformativo basato su una interpretazione/diagnosi derivata da una teoria non riguardante quel livello ha effetto nullo o addirittura peggiorativo. 

Quanto sopra spiega tra l’altro perché le persone rispondono in modo diverso alle stesse terapie: non perché sono governate da leggi diverse ma semplicemente perché hanno problemi situati a livelli diversi e ognuno di tali livelli risponde a leggi diverse. Quando un paziente/cliente viene trattato con teorie e tecniche adatte al livello in cui si trovano le cause del suo problema il risultato è positivo mentre se invece viene trattato con teorie e tecniche valide per un altro livello non si ottengono risultati o peggio si può incorrere in un peggioramento del quadro generale.

I vantaggi del metamodello P.N.P. – Psicologia del Nuovo Paradigma

Riassumendo, il metamodello P.N.P. permette di lavorare su ciascun livello/sottosistema separatamente ma di avere al contempo una visione d’insieme. Focalizzandoci sui singoli livelli/sottosistemi possiamo avere la sensazione che siano tanti mondi diversi ma la visione d’insieme ci ricorda che ciascun livello interagisce costantemente con tutti gli altri e ci fa anche capire quale sequenzialità e gerachia sussiste tra i diversi livelli. Ciò presenta numerosi importanti vantaggi:

  1. consente di spiegare processi e dinamiche nella loro complessità, individuando cioè i molteplici fattori coinvolti ai diversi livelli e le relazioni di interdipendenza che li collegano;
  2. conseguentemente permette di scegliere i modelli teorici più appropriati per leggere un dato fenomeno/processo e gli strumenti tecnici più appropriati per intervenire su di esso;
  3. rende onore a tutte le correnti della psicologia, senza privilegiarne o marginalizzarne nessuna (e al contempo ingloba anche alcuni contributi di antiche psicologie orientali);
  4. fornisce a tali correnti un linguaggio comune con cui dialogare e collaborare, aumentando in modo considerevole la capacità esplicativa della psicologia nel suo complesso e la sua efficacia applicativa in qualunque contesto: educativo, terapeutico, evolutivo.

Per fare un esempio relativo a quest’ultimo vantaggio, l’analisi transazionale e la terapia cognitiva potrebbero collaborare in un caso di comunicazione disfunzionale di coppia: l’AT aiutando a comprendere la dinamica comunicativo relazionale mentre la psicologia cognitiva aiutando a comprendere eventuali credenze erronee o limitanti sottostanti a tale dinamica e che impediscono ai soggetti coinvolti una lettura della realtà più appropriata e costruttiva. Se si volesse estendere il lavoro dall’ambito strettamente terapeutico a quello di crescita personale si potrebbe anche chiamare in causa la psicologia umanistica, per comprendere quale parte della identità profonda di ciascun soggetto non si sia completamente o correttamente sviluppata a causa di queste credenze erronee/limitanti, portando ad una disfunzione comunicativa pervasiva nella personalità.

A questo punto potevamo anche accontentarci: il modello aveva aumentato considerevolmente la nostra capacità esplicativa/interpretativa e l’efficacia dei nostri interventi e ci permetteva di dialogare agevolmente fra di noi e di verificare rapidamente le nostre intuizioni seguendo la logica dell’immagine che si stava manifestando ai nostri occhi (proprio come in un puzzle tradizionale quando il tassello che manca ti è talmente chiaro che riesci a riconoscerlo a colpo d’occhio in mezzo a tanti altri). Tuttavia, sperimentando questa prima versione del metamodello su noi stessi e sui nostri allievi ci accorgemmo che ancora non girava in modo del tutto soddisfacente, soprattutto sul piano relazionale: ad esempio tutti gli allievi miglioravano molto le loro problematiche, ma troppo pochi riuscivano a arrivare al cuore dei loro problemi di relazione. Tutti i modelli da noi considerati erano concordi nell’individuare le principali cause di tali problemi in carenze affettive e ferite emotive subite nell’infanzia ma nessuno di essi spiegava in modo convincente perché le loro conseguenze persistessero così tenacemente anche nella vita adulta, perfino in soggetti che avevano fatto anni di terapia e di lavoro su se stessi. Le conseguenze negative di un’infanzia non perfetta sembravano non finire mai del tutto anche per noi personalmente, nonostante il lavoro costante a cui ci sottoponevamo.

Insomma, collegare i diversi modelli psicologici non bastava per risolvere questo interrogativo e alcuni altri di minore importanza: come se mancasse qualche tassello del puzzle. Inizialmente pensammo di aver trascurato qualche modello, ma dopo tanta ricerca capimmo che quei tasselli non erano ancora stati scoperti e che, se volevamo colmare quei vuoti, dovevamo  cercare di scoprirli noi stessi.

 Questo ulteriore lavoro di ricerca è durato svariati anni, nel corso dei quali siamo riusciti a individuare alcuni tasselli mancanti del puzzle, grazie ai quali il metamodello è diventato più organico e completo. È a quel punto che abbiamo deciso di dargli un nome: P.N.P. – acronimo di Psicologia del Nuovo Paradigma. Non crediamo che sia del tutto completo ma per il momento ci sentiamo più che soddisfatti e lasciamo volentieri ad altri il compito di testarlo e perfezionarlo.

Al più importante di questi tasselli mancanti abbiamo dato il nome di teoria dei surrogati affettivi, e lo abbiamo approfonditamente illustrato nel libro I surrogati dell’amore (Anima ed., 2025). Gli altri verranno invece illustrati in un libro di prossima uscita che illustrerà l’intero metamodello.

Non possiamo in questa sede fornirvi ulteriori dettagli, ma se volete potete iscrivervi a uno dei nostri master o al corso introduttivo di Psicologia olistica integrativa relazionale. – www.nuovoparadigma.org/alta-formazione-psicologia-olistica.


[1] Vi sono anche approcci integrativi che collegano modelli di estrazione molto diversa, come la Terapia cognitivo-analitica di Ryle, che integra contributi di matrice cognitivista (Vygotski, Kelly e altri) e di matrice psicodinamica (Freud, Winnicott etc.) o la Psicodinamica ciclica di Wachtel et al. che integra contributi psicodinamici, comportamentisti e sistemico-relazionali, ma si tratta di modelli integrativi assai meno organici, in quanto i collegamenti tra i diversi concetti e strumenti sono meno stringenti e convincenti, al punto da avvicinarsi più all’eclettismo che alla integrazione vera e propria.

[2] Cfr. DUHEM, P. M. La théorie physique: son object et sa structure, Marcel Rivière, Paris, 1906 (trad. it. La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura, Il Mulino, Bologna 1978). QUINE, W. van Orman, Two Dogmas of Empiricism, “Philosophical Review”, LX, 1951, pp. 20-43 (trad. it: Due dogmi dell’empirismo, in Il problema del significato, Roma, Ubaldini, 1966).

[3] Norcross J. C., Goldfried M.R., 2005, pag. 3 (trad. Ns.)